La voce è il faro distorto che illumina la strada di Meredith Monk. Sperimentando fin dagli anni '60 con la tecnica canora, la compositrice newyorkese ha scovato nuovi timbri e nuovi modi per rendere alieno e sovrannaturale quanto di più umano esista. I suoi elaborati intrecci di strilli, versi e acuti poggiano su scheletriche basi strumentali, spesso sotto forma di arpeggi pianistici ipnotici, o si reggono da soli in eteree architetture a cappella. Si tocca così la dimensione del sogno e della visione mistica, dove Monk ambienta canzoni e perfino opere, parche di suoni ma non di dramma.