Canon e giga in re maggiore

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Il basso delinea con calma un sereno tema di otto note che termina in maniera rassicurante dove era cominciato, per poi ripetersi, stavolta cavalcato da un violino. Inizia così uno dei canoni più famosi del periodo barocco, riconoscibile da chiunque alla pari de Le quattro stagioni di Vivaldi, ma della cui realizzazione non si sa paradossalmente quasi nulla. Il Canone e giga di Pachelbel è di natura essenzialmente ibrida: su un’ancora armonica che rimanda ai pattern ripetuti tipici della ciaccona, tre violini si inseguono a distanza di due battute l’uno dall’altro, con gli ultimi che imitano ciò che ha appena suonato il primo. Se è probabile che il compositore tedesco stesse cercando di superare un lavoro dalla struttura simile di Heinrich Biber del 1696, un’altra teoria, un po’ fantasiosa, ipotizza che la partitura fosse stata donata dal maestro di Norimberga all’occasionale allievo Johann Christoph Bach, fratello maggiore di Johann Sebastian, per il suo matrimonio. Comunque stiano le cose, il canone aumenta progressivamente di passo all’accorciarsi delle note, fino a che le spigolosità ritmiche e melodiche invadono un contrappunto che sembra procedere senza sforzi, nonostante l’estrema complessità. Segue una piccola giga che, per quanto di poche pretese, ha l’effetto rinfrescante di un sorbetto.

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