Sinfonia nº 8 in do minore

Op.  65 · “Stalingrad Symphony”

Conosciuta col nome di “Leningrado”, la Settima sinfonia (1941) aveva fatto di Shostakovich un eroe di guerra. Scritta due anni dopo, la n. 8 ebbe invece un destino molto differente: se il compositore sembrava essere riuscito a convincere le autorità che le rappresentazioni di violenza e lutto fossero accettabili, a patto di condurre a una risoluzione appropriatamente ottimistica, il lavoro del 1943 è pura tragedia che spazia dall’ininterrotta oscurità del primo colossale movimento all’enigmatica quiete del finale. Inizialmente accolta con una certa freddezza, al termine della Seconda guerra mondiale l’opera fu inevitabilmente penalizzata da un clima segnato dal tentativo del regime di imbrigliare la scena artistica del paese e venne presa come simbolo di tutto ciò che era andato storto nella musica sovietica in generale. Ingiustamente accusato nel 1948 di tendenze antidemocratiche contro il popolo, l’autore aveva già in precedenza tradotto su pentagramma le proprie traumatiche emozioni in una mescolanza di desolazione, amarezza, ironia e sarcasmo, ma mai lo aveva fatto con una struttura così meravigliosa, in grado di conferire al dramma qualcosa della magnifica inesorabilità e della forza catartica del teatro tragico greco. Oggi, la cosiddetta “Sinfonia della Vittoria” è considerata uno dei massimi esiti del suo genio.

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