Quintetto d'archi in do maggiore

D 956, Op.  posth163, Op.  163

Nell’ultimo anno di una vita tragicamente breve, Schubert produsse una sequenza di capolavori di svariata forma ma accomunati da una straordinaria espressione di qualità e originalità. Tra essi, spicca lo squisito Quintetto per archi in Do maggiore, canto del cigno in ambito cameristico completato nel 1828, a due mesi dalla precoce dipartita. Discostandosi dalla mozartiana scelta della viola, il compositore allargò la formazione consueta a un violoncello, aggiungendo profondità alla palette tonale e ampiezza alla gamma di combinazioni strumentali possibili. L’opera si apre con un’introduzione lenta e apparentemente timida, che si rivela invece la prodigiosa base di un ‘Allegro’ espansivo e ricco di momenti magici; la partitura vera e propria entra in gioco col secondo tema, quando i violoncelli si uniscono in un duetto di struggente bellezza, con una linea di basso di viola pizzicata e commenti di violino che nessun’altra mente avrebbe potuto concepire. L’incanto continua nella stasi estatica dell’‘Adagio’, che dopo la violenta convulsione centrale del movimento si ristabilisce in modo esitante, forse a esprimere la rabbia nei confronti di una malattia che avrebbe presto presentato il conto. Uno spirito più lieve si ridesta nel rustico ‘Scherzo’, mentre il finale flirta ancora una volta con le atmosfere più cupe, prima che una sezione conclusiva al limite dell’isteria metta il sigillo con impressionante fermezza.

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