Rhapsody in Blue

“Rapsodia in blu”

Con la sua prima prova concertistica Rapsodia in blu, Gershwin intercetta frequenze moderne, scrivendo uno dei capitoli più celebri del repertorio americano. Nel 1923, Paul Whiteman espone la voglia di sperimentare all’autore, invitandolo a comporre un brano per piano e orchestra che unisca musica da concerto e jazz. L’artista newyorkese tentenna a lungo, occupato nella commedia Sweet Little Devil, ma dopo aver letto dell’opera sui giornali, la presenta al pianoforte il 12 febbraio del 1924 di fronte alla platea della Aeolian Hall di Manhattan, accompagnato dallo stesso Whiteman e da una formazione di 22 elementi. Le stime sulla durata del periodo di gestazione oscillano da qualche mese a una decina di giorni. Annunciata come “un esperimento di musica moderna”, conquista i favori della critica nonostante le ombre: un assolo incompleto e il frettoloso arrangiamento realizzato da Ferde Grofé. L’apertura è affidata al clarinetto protagonista di Ross Gorman, con il lamento di un elettrizzante glissando. Segue una sezione centrale ampia e sontuosa a tinte blues, mentre la parte solista sfoggia tecniche prese in prestito dal ragtime e virtuosismi da stride piano. Grofé cavalcherà ancora il successo della Rapsodia, rimaneggiandone le trame per adattarle alle dimensioni di un’orchestra sinfonica al completo prima e di una più snella e “teatrale” poi.