Quartetto d'archi nº 14 in do diesis minore
Quando ha composto il Quartetto per archi n. 14, op. 131, tra il 1825 e il 1826, Beethoven era quasi completamente sordo. La fiducia nella democrazia aveva subito un duro colpo dopo la sconfitta di Napoleone e la restaurazione dell’Ancien Régime, e le sue speranze di trovare moglie erano ormai svanite. Secondo Thomas Mann, era diventato il “principe solitario di un regno di fantasmi”. Tuttavia, da questa solitudine sono emersi quelli che vengono spesso considerati i lavori migliori del genio di Bonn, fra cui il quartetto costituisce l’esempio più straordinario di una forma musicale che il maestro padroneggiava alla perfezione. I sette movimenti collegati fra loro, alcuni dalla consistenza palpabile e altri sfuggenti ed enigmatici, attraversano un ampio spettro di emozioni, talvolta con estrema intensità. L’incipit si apre con una fuga lenta e disperata, che rasenta la rassegnazione, da cui si dispiega uno scherzo eccentrico e quasi giocoso, un recitativo comico e passionale che a sua volta conduce a una serie di variazioni lente segnate da un’estasi sofferta e rarefatta. Non è chiaro se un tale passaggio ravvivi il buonumore: non sorprende, infatti, che quest’ultimo svanisca nei tormenti dell’‘Adagio’, prima di cedere il passo a un energico ‘Allegro’ che, tentando di dare un senso alla partitura, si chiude con un ambiguo gesto di sfida. Ascoltando una delle prime esecuzioni dell’opera, pare che Schubert abbia affermato: “Dopo questo, cosa ci resta da scrivere?”.
