
- SCELTA DELLA REDAZIONE
- 1982 · 14 tracce · 1 h 28 min
Glassworks
Entrare nel mondo di Philip Glass diventa un’impresa più agevole grazie a Glassworks (1981), punto di partenza ideale per chi si affaccia al mondo sonoro del compositore. L’autore si mantiene di proposito lontano dalle usuali durate maestose dei suoi lavori, scongiurando ogni timore da neofita dall’alto di una carriera ben consolidata, dopo i fasti di partiture teatrali come Einstein on the Beach o Satyagraha. Attirato un pubblico pronto ad ascolti più impegnativi, Glass cerca consensi altrove dopo le richieste discografiche della CBS, a caccia di pezzi da camera concepiti per lo studio di registrazione e destinati alle cassette per l’allora fiorente platea dei Walkman. Glassworks nasce così, fra un piccolo gruppo di legni che rimescolano i loro schieramenti su sei movimenti articolati sotto i sette minuti, accompagnati in secondo piano da tastiere, viola e violoncello. Si parte da ‘Opening’, summa del minimalismo che pervade le opere del musicista tra i Settanta e gli Ottanta. Piano solista e corno sul finale scorrono in un incedere ripetuto di accordi e pulsazioni lente e insistenti, mentre schemi ritmici mutevoli inducono stati di trance tendenti alla stasi. Proseguono allineati gli altri cinque blocchi, ‘Floe’, ‘Island’, ‘Rubric’, ‘Façades’ e ‘Closing’, continuando a ribaltare la classica concezione occidentale della musica, secondo cui la narrativa si sviluppa in un’apertura, un corpo centrale e una chiusura.