King Arthur

Z.  628 · “Re Artù”

L’intramontabile King Arthur (1691) è il più celebre tra gli esiti teatrali di Purcell. Si tratta di una semi-opera, genere di origine britannica in cui una pièce recitata è inframmezzata da corposi intervalli musicali. I personaggi principali sono interpretati da attrici e attori, mentre chi canta è relegato a ruoli di contorno, quindi la partitura non assume grande importanza nella rappresentazione. Prevalentemente inventata dal poeta Dryden, la trama deve assai poco ai libri di storia o alle leggende del ciclo arturiano: catturata dai Sassoni, Emmeline, la principessa cieca amata dal sovrano da cui il lavoro prende il titolo, viene imprigionata in un castello magico, dove subisce le insidie di Osmond, malvagio stregone al servizio di re Oswald che evoca la famosa scena del gelo. Il compositore si esalta in episodi di emozionante crudezza, come ‘What Power Art Thou’, e utilizza intense armonie cromatiche e ritmi tremolanti per richiamare i brividi del freddo. Nel quarto atto, il capo dei Britanni festeggia la vittoria sul nemico con la magnifica ‘How Happy the Lover’, variegata passacaglia sviluppata su una serie di battute del basso ostinato. Quando infine Mago Merlino profetizza l’unione tra i due popoli, il commento è affidato a una miscellanea di stampo patriottico che comprende la finta canzone popolare ‘Your hay it is mowed’ e la sublime ‘Fairest isle’, una delle migliori melodie firmate dal genio londinese.

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