Quartetto d'archi nº 16 in fa maggiore
Composto nel 1826 e raggruppato per consuetudine con i quattro precedenti, scritti tra il 1822 e il 1826, l’Op. 135 è l’ultimo quartetto per archi firmato da Beethoven. Più conciso e caratterizzato da una struttura maggiormente convenzionale rispetto alle avventure formali del resto della raccolta, apre ricreando lo stile colloquiale e arguto dei pionieristici quartetti di Haydn, molto lontano dai dialoghi interiori delle Opp. 127-132 (pur raggiungendo profondità notevoli e momenti di grande originalità). Il secondo movimento è uno degli scherzi più audaci dal punto di vista ritmico: sembra che l’autore si diverta a togliere più volte il tappeto da sotto i nostri piedi danzanti. Segue un ‘Lento assai’ – originariamente pensato come sezione conclusiva dell’Op. 131 – che, nella sua semplicità, scava a fondo emotivamente grazie al magistrale uso del silenzio. La parte successiva suona estremamente seria, con una cupa e lenta introduzione basata su un motivo contrassegnato con “Deve essere?” Ma poco dopo, un allegro prende vita con il contromotivo “Deve essere!” L’angoscioso incipit rialza la testa, e alla fine la tragedia pare una maschera che nasconde una verità più comica, pronta a rivelarsi. Come recita una versione delle ultime parole del gigante: “Applaudite, la commedia è finita”.
