Quartetto d'archi nº 1 in si minore

Op. 11

Sebbene tutti i suoi movimenti siano densi di invenzioni e lirismo, il Quartetto per archi Op. 11 è meglio conosciuto per quello di mezzo, da cui è tratto il famoso Adagio per archi (1938). Barber iniziò il lavoro nell’estate del 1936 mentre si trovava in una casa di montagna in Austria con il suo partner, il compositore Gian Carlo Menotti. Il progresso sulla partitura fu lento e una prima esecuzione, di cui era incaricato il Curtis String Quartet, non si concretizzò. Tuttavia, il maestro statunitense non si arrese e qualche settimana dopo dichiarò che il secondo movimento era completo, descrivendolo come un “colpo da knockout”. Fu infine il Pro Arte Quartet a interpretare l’opera a Roma nel dicembre successivo, anche se l’autore rimase insoddisfatto della conclusione, che rivisitò due volte per poi pubblicare la versione definitiva nel 1943. A prescindere da quanto Barber fosse tormentato dai fantasmi del passato, l’affermativo gesto d’apertura richiama il Quartetto per archi n. 11, Op. 95 di Beethoven, detto Serioso, del 1816. Seguono un passaggio simile a un corale e un terzo intenso tema, ma il nucleo drammatico è costituito dalla parte mediana, basata su un motivo di tre note che si evolve gradualmente in una melodia e cresce fino a un appassionato climax. Il finale, un agitato rondò-sonata, è l’ultima parola dell’artista su questa forma di scrittura.

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